Lettori fissi

venerdì 7 febbraio 2014

NUOVE FORME DI CONTROLLO SOCIALE. LA DISOCCUPAZIONE COME MALATTIA.


Può capitare a tutti di trovarsi da un giorno all’altro in mezzo ad una strada, senza lavoro, senza prospettive, il futuro uno sfondo nero su cui catapultare un inutile pressapochismo esistenziale. In questi nostri schifosi tempi può capitare veramente a tutti. Tempi in cui lo svilimento degli ammortizzatori sociali istituzionali va di pari passo con l’esaurimento degli ultimi residui di quella cultura comunitaria che pur con tante difficoltà, sostenuta dalle due grandi forme del pensiero europeo (socialismo e cristianesimo sociale), aveva attraversato il nostro paese nella seconda metà del secolo precedente. Tempi moderni per dirla con Charlie Chaplin, tempi di macerie e di tormenti, di voucher, nero, cottimo e licenziamenti.
Quante balle ci hanno raccontato gli intransigenti liberisti di casa nostra, tutti bravi a pontificare all’interno di una fiumana di talk show costruiti su misura la loro lezioncina da pensiero unico dominante, la necessità salvifica della precarizzazione del lavoro: diventare tutti flessibili, ecco l’unica possibilità che ci avrebbe consentito di salvare i posti di lavoro. Sappiamo tutti com’è andata a finire: dopo la precarietà è arrivata la disoccupazione, signora e padrona di tutte le diseguaglianze. E con lei la disperazione e il vuoto che porta con sé.
In una recente intervista rilasciata ad Animazione Sociale, Zygmunt Bauman ci ha ricordato che “a differenza di quello che è accaduto un tempo con il proletariato tradizionale, le condizioni di precarietà non promuovono solidarietà”. In poche parole la precarietà non unisce, anzi, moltiplica la frammentazione sociale, alimenta gli individualismi e nutre gli egoismi. E l’unica speranza che si possa aprire un nuovo e differente capitolo nella storia dell’umanità, aggiunge il sociologo polacco, sono le sollevazioni spontanee dei vari indignados e occupy in giro per il mondo che reclamano con forza un nuovo umanesimo che riavvii una progettualità sociale con al centro i diritti della persona.
Le politiche istituzionali sembrano infatti battere in ritirata, abdicando al ruolo storico che la storia delle conquiste dei movimenti dei lavoratori in ambito di welfare europeo aveva loro assegnato durante il secolo precedente.
Quel che resta dello stato sociale continua a proporre interventi ormai obsoleti, modulati su ciò che non esiste più, l’antico e solido percorso di crescita individuale e sociale di fine novecento: famiglia, scuola dell’obbligo, lavoro a tempo indeterminato e nuova famiglia. Da tempo una borsa lavoro non è più un progetto formativo di crescita ma l’unica opportunità per portare a casa una pagnotta a fine giornata. La scuola serve ormai soltanto per accatastare precari a colpi di una supplenza settimanale alla volta e oggi senza quel famoso pezzo di carta probabilmente si trova lavoro anche prima.
Ma la perdita di lavoro spesso porta con sé una condanna più grave perfino dell’indigenza che ne deriva: la privazione dell’identità su cui ci si era costruiti la propria individualità, il proprio posto all’interno della società. All’incontro-seminario “Tra dipendenza e indipendenza.Consumi, consumi problematici e dipendenze con e senza sostanze” tenutosi in Ottobre presso la facoltà di Scienze della Formazione di Bologna, lo psicologo Roberto Pani ci ha spiegato bene qual è l’impatto sulla salute psichica che ne consegue: devastante. Isolamento, solitudine e vergogna diventano le uniche interpreti di giornate che si fanno sempre più lunghe e tutto questo disagio non può che manifestarsi con un aumento sproporzionato di depressioni, stati d’ansia, attacchi di panico e afflizioni d’ogni tipo. E’ in questo contesto che arriva dagli USA il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) che senza preoccuparsi troppo delle conseguenze a livello pratico, nella sostanza ingloba nel patologico qualsiasi comportamento emozionale umano. Peggio, è la condizione esistenziale o sociale del momento (anziano, adolescente, disoccupato, straniero, rifugiato…) che è già diagnosticata di per sé come patologica. Me se l’essere umano esiste in quanto essere relazionale, nelle rogne psichiche del singolo qualche responsabilità il contesto di sistema ce la dovrà pur avere! D’altra parte a chi perde un lavoro non si offrono altre opportunità occupazionali, o alla peggio un reddito minimo di cittadinanza ma sportine colme di blister di ansiolitici e antidepressivi.
La società che non ha risposte trasforma il disoccupato in malato e ingrassa l’unica industria che va alla grande in questi nostri tempi, quella del controllo sociale. Che a garantirlo siano le forze dell’ordine o le pasticche di sedativi, per chi comanda probabilmente è irrilevante. L’importante è che i disoccupati se ne stiano a casa loro, rincoglioniti e sfiduciati, lontani dalle tentazioni maligne del protagonismo di piazza e dai suoi sogni mai domi.

venerdì 3 gennaio 2014

FEDERICO TAVAN E IL DESTINO DI UN UOMO



E’ successo a Novembre, ma solo ieri ho saputo della morte del poeta friulano Federico Tavan: l’ essemmesse di un’amica che si trovava a passare da quelle parti. Il Friuli, le nostre parti, lis nestris bandisE’ successo a Novembre, ma solo ieri ho saputo della morte del poeta friulano Federico Tavan: l’ essemmesse di un’amica che si trovava a passare da quelle parti. Il Friuli, le nostre parti, lis nestris bandis.
E’ successo a Novembre, ma solo ieri ho saputo della morte del poeta friulano Federico Tavan: l’ essemmesse di un’amica che si trovava a passare da quelle parti. Il Friuli, le nostre parti, lis nestris bandis.
Federico Tavan me lo presentò Marc Tibaldi al Centro Sociale Autogestito di Via Volturno a Udine in una fredda nottata d’Autunno, si era alla fine degli anni ottanta o giù di lì. Mi pare suonassero i piacentini Not Moving quella sera. Con Marc stavamo parlando della possibilità di un mio contributo all’esperienza di Usmis, rivista in lingua friulana che si poneva l’obiettivo di fare a pezzi i salotti pseudo-intellettuali friulani del tempo agendo l’identità minoritaria non come stantia chiusura folcloristica ma bensì come strumento vivo di trasformazione e di lotta locale e universale contro ogni potere egemonico, quando ci accostò un omone enorme, il fisico e l’età decisamente fuori posto in un luogo come quello, sudato come un manovale a fine giornata, gli occhi innocenti e furbi di un bambino capriccioso. Aveva bevuto Federico. Parlammo di boschi e di parole, il suo friulano così diverso dal mio, montagna e pianura non parlano mai la stessa lingua, mise a dura prova la mia comprensione. 
La seconda volta che parlai con lui, al Link di Bologna durante una delle serate in cui quella banda di matti provava ad esportare la pratica collettiva di Usmis, capii che molti dei suoi pensieri mi sarebbero rimasti per sempre inaccessibili, non era solo questione di pronuncia. Ecco, queste sono state le uniche volte che ho parlato con lui. Ma la sua poesia, una volta incontrata, non mi ha più lasciato, mi è rimasta appiccicata addosso, per sempre. Poesia fisica, che sta e fa star male. Alta poesia, che non consola, che non si può evitare, che non fa mai finta. Poesia di un matto da manicomio(Io che sono matto/ vedo le tue mani/ piene di graffi /che tentano di uscire). La malattia mentale, compagna fedele mai rinnegata, il più delle volte vantata sfacciatamente come l’unica possibilità di sopravvivenza che gli era stata concessa. Come Pier Paolo Pasolini in quello di Casarsa, lui scriveva nel friulano di Andreis, il paese in cui è nato e morto, entrambe le lingue fino a quel momento solamente parlate, mai messe su carta e quindi libere, vive, in continua mutazione, impossibili da ridurre all’obbedienza grammaticale di una koiné artificiale.
Federico è stato un poeta contro, anarchico e anarcoide, ribelle e libertario, senza volerlo essere. Semplicemente, come tutti i grandi artisti, non aveva altra scelta. E se l’è vissuta per intero e fino in fondo tutta la sofferenza che c’è nello stare dalla parte sbagliata della barricata, in eterna minoranza, tutto il dolore che c’è quando l’antagonismo esistenziale, culturale o politico non sono una moda o peggio, un atteggiamento di facciata.
Se ne va la più preziosa anomalia che avevamo lassù, un’anomalia conficcata nel cuore dell’ammuffito mondo accademico friulano che tanto avrebbe voluto ammaestrarlo per poterlo incastonare in qualche antologia filologicamente corretta. Dentro quel tanto corpo, si nascondeva un bambino. Lascia un oceano di parole: strampalate e inconcludenti, dolci e malinconiche, fragili ed eterne, indomabili. Lascia una delle più belle poesie che siano mai state scritte sulla follia , Al destin de un om.
Al destin de un om [Il destino di un uomo]
Al podeva capitàte anç a ti [Poteva capitare anche a te]
nasce t’un pegnatòn [nascere in un pentolone ]
tra zovatz e zufignes [ tra topi e intrugli ]
de stries cencja prozes [di streghe senza processo] 
e al dolour de na mare. [e il dolore di una madre.]
Me soi cjatàt a passà [Io mi sono trovato a passare ]
da ché bandes. [da quelle parti.]
Io ho avuto la fortuna di passare dalle sue parti. Gli dovevo almeno qualche riga di saluto.

coce