Lettori fissi

mercoledì 28 gennaio 2015

In memoria della Grande guerra

Pierre Lemaitre, Ci rivediamo lassù.
Mi sento di spendere due righe per perorarne la lettura, alla fine di un anno che ricorda l'inizio dell'inutile strage.
Romanzo a base noir, ma che contiene gli elementi tipici del racconto a metà tra la ricostruzione storica e il romanzo popolare (Hugo e Dumas da un lato e Balzac dall'altro), ma con una bella impronta personale dell'autore.
Della trama, invece, che non si adatta mai a una recensione specie se molto concisa, non ne parlerò. Ogni lettore ha diritto alla propria personale scoperta pagina dopo pagina.
Quello che conta è lo spirito che il romanzo coglie.

Qui si parla di una generazione spazzata via dalla guerra, della vita amara dei reduci, degli effetti di un patriottismo demente e bugiardo. Di una società pensata per rimanere rigidamente divisa in classi ma che la guerra ha rimesso in discussione.
Gli eroi del romanzo, sopravvissuti in qualche modo e con qualche danno collaterale alla carneficina, si ribelleranno e riusciranno - fantasiosamente - a vendicarsi, irridendo a loro modo la falsa e vuota retorica post-bellica.
Naturalmente, come in ogni romanzo, ci sono gli approfittatori, gli agnelli, gli scaltri e gli ingenui. C'è il paesaggio sociale tetro di una società che non ha imparato nulla e che nulla imparerà e che è destinata a rimanere borghesemente e intimamente canaglia.
Come ha scritto l'autore, la collera è il principale motore emotivo del romanzo e anche noi lettori, passo dopo passo, ne saremo avvolti.

Premio Goncourt 2013

Gus

venerdì 7 febbraio 2014

NUOVE FORME DI CONTROLLO SOCIALE. LA DISOCCUPAZIONE COME MALATTIA.


Può capitare a tutti di trovarsi da un giorno all’altro in mezzo ad una strada, senza lavoro, senza prospettive, il futuro uno sfondo nero su cui catapultare un inutile pressapochismo esistenziale. In questi nostri schifosi tempi può capitare veramente a tutti. Tempi in cui lo svilimento degli ammortizzatori sociali istituzionali va di pari passo con l’esaurimento degli ultimi residui di quella cultura comunitaria che pur con tante difficoltà, sostenuta dalle due grandi forme del pensiero europeo (socialismo e cristianesimo sociale), aveva attraversato il nostro paese nella seconda metà del secolo precedente. Tempi moderni per dirla con Charlie Chaplin, tempi di macerie e di tormenti, di voucher, nero, cottimo e licenziamenti.
Quante balle ci hanno raccontato gli intransigenti liberisti di casa nostra, tutti bravi a pontificare all’interno di una fiumana di talk show costruiti su misura la loro lezioncina da pensiero unico dominante, la necessità salvifica della precarizzazione del lavoro: diventare tutti flessibili, ecco l’unica possibilità che ci avrebbe consentito di salvare i posti di lavoro. Sappiamo tutti com’è andata a finire: dopo la precarietà è arrivata la disoccupazione, signora e padrona di tutte le diseguaglianze. E con lei la disperazione e il vuoto che porta con sé.
In una recente intervista rilasciata ad Animazione Sociale, Zygmunt Bauman ci ha ricordato che “a differenza di quello che è accaduto un tempo con il proletariato tradizionale, le condizioni di precarietà non promuovono solidarietà”. In poche parole la precarietà non unisce, anzi, moltiplica la frammentazione sociale, alimenta gli individualismi e nutre gli egoismi. E l’unica speranza che si possa aprire un nuovo e differente capitolo nella storia dell’umanità, aggiunge il sociologo polacco, sono le sollevazioni spontanee dei vari indignados e occupy in giro per il mondo che reclamano con forza un nuovo umanesimo che riavvii una progettualità sociale con al centro i diritti della persona.
Le politiche istituzionali sembrano infatti battere in ritirata, abdicando al ruolo storico che la storia delle conquiste dei movimenti dei lavoratori in ambito di welfare europeo aveva loro assegnato durante il secolo precedente.
Quel che resta dello stato sociale continua a proporre interventi ormai obsoleti, modulati su ciò che non esiste più, l’antico e solido percorso di crescita individuale e sociale di fine novecento: famiglia, scuola dell’obbligo, lavoro a tempo indeterminato e nuova famiglia. Da tempo una borsa lavoro non è più un progetto formativo di crescita ma l’unica opportunità per portare a casa una pagnotta a fine giornata. La scuola serve ormai soltanto per accatastare precari a colpi di una supplenza settimanale alla volta e oggi senza quel famoso pezzo di carta probabilmente si trova lavoro anche prima.
Ma la perdita di lavoro spesso porta con sé una condanna più grave perfino dell’indigenza che ne deriva: la privazione dell’identità su cui ci si era costruiti la propria individualità, il proprio posto all’interno della società. All’incontro-seminario “Tra dipendenza e indipendenza.Consumi, consumi problematici e dipendenze con e senza sostanze” tenutosi in Ottobre presso la facoltà di Scienze della Formazione di Bologna, lo psicologo Roberto Pani ci ha spiegato bene qual è l’impatto sulla salute psichica che ne consegue: devastante. Isolamento, solitudine e vergogna diventano le uniche interpreti di giornate che si fanno sempre più lunghe e tutto questo disagio non può che manifestarsi con un aumento sproporzionato di depressioni, stati d’ansia, attacchi di panico e afflizioni d’ogni tipo. E’ in questo contesto che arriva dagli USA il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) che senza preoccuparsi troppo delle conseguenze a livello pratico, nella sostanza ingloba nel patologico qualsiasi comportamento emozionale umano. Peggio, è la condizione esistenziale o sociale del momento (anziano, adolescente, disoccupato, straniero, rifugiato…) che è già diagnosticata di per sé come patologica. Me se l’essere umano esiste in quanto essere relazionale, nelle rogne psichiche del singolo qualche responsabilità il contesto di sistema ce la dovrà pur avere! D’altra parte a chi perde un lavoro non si offrono altre opportunità occupazionali, o alla peggio un reddito minimo di cittadinanza ma sportine colme di blister di ansiolitici e antidepressivi.
La società che non ha risposte trasforma il disoccupato in malato e ingrassa l’unica industria che va alla grande in questi nostri tempi, quella del controllo sociale. Che a garantirlo siano le forze dell’ordine o le pasticche di sedativi, per chi comanda probabilmente è irrilevante. L’importante è che i disoccupati se ne stiano a casa loro, rincoglioniti e sfiduciati, lontani dalle tentazioni maligne del protagonismo di piazza e dai suoi sogni mai domi.

venerdì 3 gennaio 2014

FEDERICO TAVAN E IL DESTINO DI UN UOMO



E’ successo a Novembre, ma solo ieri ho saputo della morte del poeta friulano Federico Tavan: l’ essemmesse di un’amica che si trovava a passare da quelle parti. Il Friuli, le nostre parti, lis nestris bandisE’ successo a Novembre, ma solo ieri ho saputo della morte del poeta friulano Federico Tavan: l’ essemmesse di un’amica che si trovava a passare da quelle parti. Il Friuli, le nostre parti, lis nestris bandis.
E’ successo a Novembre, ma solo ieri ho saputo della morte del poeta friulano Federico Tavan: l’ essemmesse di un’amica che si trovava a passare da quelle parti. Il Friuli, le nostre parti, lis nestris bandis.
Federico Tavan me lo presentò Marc Tibaldi al Centro Sociale Autogestito di Via Volturno a Udine in una fredda nottata d’Autunno, si era alla fine degli anni ottanta o giù di lì. Mi pare suonassero i piacentini Not Moving quella sera. Con Marc stavamo parlando della possibilità di un mio contributo all’esperienza di Usmis, rivista in lingua friulana che si poneva l’obiettivo di fare a pezzi i salotti pseudo-intellettuali friulani del tempo agendo l’identità minoritaria non come stantia chiusura folcloristica ma bensì come strumento vivo di trasformazione e di lotta locale e universale contro ogni potere egemonico, quando ci accostò un omone enorme, il fisico e l’età decisamente fuori posto in un luogo come quello, sudato come un manovale a fine giornata, gli occhi innocenti e furbi di un bambino capriccioso. Aveva bevuto Federico. Parlammo di boschi e di parole, il suo friulano così diverso dal mio, montagna e pianura non parlano mai la stessa lingua, mise a dura prova la mia comprensione. 
La seconda volta che parlai con lui, al Link di Bologna durante una delle serate in cui quella banda di matti provava ad esportare la pratica collettiva di Usmis, capii che molti dei suoi pensieri mi sarebbero rimasti per sempre inaccessibili, non era solo questione di pronuncia. Ecco, queste sono state le uniche volte che ho parlato con lui. Ma la sua poesia, una volta incontrata, non mi ha più lasciato, mi è rimasta appiccicata addosso, per sempre. Poesia fisica, che sta e fa star male. Alta poesia, che non consola, che non si può evitare, che non fa mai finta. Poesia di un matto da manicomio(Io che sono matto/ vedo le tue mani/ piene di graffi /che tentano di uscire). La malattia mentale, compagna fedele mai rinnegata, il più delle volte vantata sfacciatamente come l’unica possibilità di sopravvivenza che gli era stata concessa. Come Pier Paolo Pasolini in quello di Casarsa, lui scriveva nel friulano di Andreis, il paese in cui è nato e morto, entrambe le lingue fino a quel momento solamente parlate, mai messe su carta e quindi libere, vive, in continua mutazione, impossibili da ridurre all’obbedienza grammaticale di una koiné artificiale.
Federico è stato un poeta contro, anarchico e anarcoide, ribelle e libertario, senza volerlo essere. Semplicemente, come tutti i grandi artisti, non aveva altra scelta. E se l’è vissuta per intero e fino in fondo tutta la sofferenza che c’è nello stare dalla parte sbagliata della barricata, in eterna minoranza, tutto il dolore che c’è quando l’antagonismo esistenziale, culturale o politico non sono una moda o peggio, un atteggiamento di facciata.
Se ne va la più preziosa anomalia che avevamo lassù, un’anomalia conficcata nel cuore dell’ammuffito mondo accademico friulano che tanto avrebbe voluto ammaestrarlo per poterlo incastonare in qualche antologia filologicamente corretta. Dentro quel tanto corpo, si nascondeva un bambino. Lascia un oceano di parole: strampalate e inconcludenti, dolci e malinconiche, fragili ed eterne, indomabili. Lascia una delle più belle poesie che siano mai state scritte sulla follia , Al destin de un om.
Al destin de un om [Il destino di un uomo]
Al podeva capitàte anç a ti [Poteva capitare anche a te]
nasce t’un pegnatòn [nascere in un pentolone ]
tra zovatz e zufignes [ tra topi e intrugli ]
de stries cencja prozes [di streghe senza processo] 
e al dolour de na mare. [e il dolore di una madre.]
Me soi cjatàt a passà [Io mi sono trovato a passare ]
da ché bandes. [da quelle parti.]
Io ho avuto la fortuna di passare dalle sue parti. Gli dovevo almeno qualche riga di saluto.

coce

venerdì 6 dicembre 2013

Il mio piccolo in asilo

A quei tempi quando uno arrivava al terzo anno di asilo (non esisteva il nido, si chiamava così l’attuale scuola materna) si vedeva affibbiare un neo iscritto da prendersi in cura, in quel momento diventava un “grande” e l’altro il suo “piccolo”. Quelli dell’anno centrale erano i medi ed erano dispensati dai ruoli. Il piccolo che le maestre mi assegnarono in carico si chiamava Luca. Per tutto l'anno fui il suo idolo assoluto, a quell’età e con tal ruolo non fu difficile. In breve diventai anche il suo amatissimo compagno di giochi fuori da quelle mura e ben oltre l’orario scolastico, in cortile e in strada.
Ci separammo quando passai in prima elementare: con la sua famiglia si trasferì in un altro paese, a sei chilometri di distanza dal mio. A quei tempi, nel Friuli contadino del 1970, sei chilometri erano un abisso incolmabile, molti di più di quelli che oggi dividono l’Europa dalle americhe. A quei tempi sei chilometri erano un addio per sempre.
Lo rividi quarant’anni dopo al matrimonio di un cugino in comune. Luca mi si avvicinò: “No pues crodi, tu tu ses... pauli...” Il suo entusiasmo mi sorprese, pur sforzandomi non riuscivo a capire chi fosse e soprattutto il perché di tutto quel trasporto nel vedermi. Per togliermi immediatamente dall’imbarazzo aggiunse “Soj Luca, il to piciul in asilo!” E io ”No! No ti crodi, Luca, tu... dopo duc chisc ains!” Ci abbracciammo forte e durante la serata bevemmo molto vino insieme, perché è così che fanno i friulani quando si incontrano, perché è così che i nostri vecchi ci hanno insegnato a fare.
Non ci siamo mai più rivisti. Né sentiti.
Un paio di giorni fa mi è giunta la telefonata del cugino che sposandosi aveva permesso il nostro incontro.
Luca si era impiccato ad un ramo dell’ulivo giù in giardino. Aveva lasciato un biglietto con su scritte poche parole “Scuseimit. No saj parzé ca stoj cussì, vi busi duc.” . I friulani sono gente di poche parole.
I suoi genitori hanno chiesto che il cugino mi avvisasse della cosa, che avvisasse me, il suo grande in asilo più di quarant’anni prima.

I friulani sono un popolo di conservatori, conservano sempre tutto, anche i sentimenti.

mercoledì 30 ottobre 2013

Bye bye Lou

“I’m a man, blink your eyes and I’ll began…” sono un uomo, in un tuo batter d’occhio sparirò. Ed è sparito il vecchio Lou. Se n’è andato in un’annoiata domenica di fine Ottobre. Stavo in cucina, pelavo le patate e tagliuzzavo l’aglio per la cena della sera, il ronzio del telegiornale delle 20 in sottofondo. All’improvviso, estranea e metallica, mi arriva la voce del conduttore “la leggenda del rock, Lou Reed, è morto...”, il tono lo stesso che avrebbe usato poco dopo per rivelarci la sconfitta dell’Atalanta a Genova. Che distanza incolmabile tra me e Alberto Matano. Lui si è tuffato nelle notizie sportive, io in un intimo vuoto, quasi indefinibile.
Lou Reed… Ci sono persone che non abbiamo mai incontrato e che eppure segnano in modo indelebile le nostre esistenze. La sua musica ha marcato, ferito mi verrebbe da dire, alcuni passaggi fondamentali del mio percorso di vita.
I concerti: la prima volta in Arena a Verona, mi pare fosse il 1983 e poi altre volte ancora in giro per la penisola, fino a Ravenna, l’ultima volta nel 2006. Ogni volta la stessa magia, quella voce tra il canto e il sussurrato che saliva dagli anfratti più inconfessabili dell’anima a far da contrasto con l’elettricità urbana e scombinata della Telecaster.
Gli anni duri della giovinezza, vittima del perbenismo borghese famigliare: il ricovero psichiatrico con annessi elettroshock per curare quelle vergognose “devianze sessuali” e tutta quell’elettricità che non è mai più andata via e che è diventata canzoni, suoni, rumori, sempre dissonanti, mai consolatori. I suoi personaggi, disperati e ai margini dei margini, non cercano mai facili assoluzioni, tanto meno comprensione, Lou li muove sempre verso un qualcosa di indefinito, un qualcosa che non svela mai, quasi in un inconscio e permanente omaggio alle origine ebraiche.
Lou Reed… ho iniziato ad ascoltarlo ch’ero poco più di un ragazzo, in quei tempi là pensavo che su quelle canzoni avremmo costruito un mondo libero e giusto, senza poteri e gerarchie, eravamo anarchici e bambini. Da allora sono cambiate molte cose, ma i sogni belli rimangono belli per sempre.
“I’m a man, blink your eyes and I’ll began…” bye bye Lou.
Ti ho voluto veramente tanto bene. Mi hai voluto veramente tanto bene.


Paolo Coce

mercoledì 18 settembre 2013

Decennio per decennio ... fa un centennio

Sono nato nei primi anni '60. Anni mitici ma che per la tenera età non posso dire di essermi goduto come avrebbero meritato. Ho il ricordo nitido di due miei fratelli che a un certo punto, in un certo giorno, invitarono a pranzo tali Marx e Engels. I due individui assai robusti e barbuti occupavano molto spazio a tavola, tanto che mio nonno ('no poco fascista) fece loro spazio e se ne andò a mangiare in camera sua.

Gli anni '60 sono stati gli anni della mia prima infanzia (la seconda dura tuttora) e quindi non posso che ricordarli con benevolenza.

Gli anni '70 sono anni impazienti, veloci, corsari, di tutto e di "gnente". Ero piccolo ma volevo essere grande (e viceversa). Ma sono anche quelli della scoperta di un sacco di cose, che qui per precisione metto in ordine d'importanza: 1) le ragazze, 2) la musica rock, 3) la politica insieme agli amici alle canne alle feste ecc. ecc.
Anni anche duri, ma irripetibilmente unici. Ero ancora un po' piccoletto, quindi il Settantasette l'ho vissuto di straforo.


Clash, Sandinista! The magnificent seven, vai al video musicale

Ed ecco che finalmente mi affaccio alla vita, agli amori, a tutto quello che aspettavo da tempo, che non mi scoppiano tra le mani i famigerati anni '80? Quelli del riflusso, dell'edonismo reaganiano... Che sfiga si sarebbe detto. Ma alla fine me ne sono fregato, erano o no i miei primi -e ultimi- vent'anni? Quindi ho cercato di fare il meglio che si poteva fare. Anche se una cosa la voglio dire: è mai possibile che proprio quando hai vent'anni ti devi mettere lì a studiare come un coglione. No dico, non si potrebbe organizzare la cosa in modo diverso, lo dico per le generazioni future...

Degli '80 vi racconto un nanetto. Un giorno alla tv, programma del primo pomeriggio, c'era uno dei primi talk show senzacaponècoda che da quel momento in poi hanno ammorbato lo spazio televisivo. Lo speaker a un certo punto invita i suoi ospiti (il solito gruppo di mezze figure dell'avan-spettacolo) ad esprimersi sul seguente argomento: voi spremete fino in fondo il tubetto del dentifricio o no? Ricordo ancora la mia totale sorpresa di fronte alla evidente demenzialità della domanda che celava un sordido schema ideologico: consumare-gettare-acquistare-riconsumare ecc. Naturalmente, ho registrato nel profondo del mio cervello le risposte degli ospiti. Tutti manifestarono con disapprovazione l'azione di spremitura e/o arrotolamento del tubetto (quello che cioè fa normalmente una persona normale) perché sintomo di tirchieria e/o meschinità. Questo episodio demenziale racconta meglio di tanti altri lo spirito profondo degli orribili '80. Naturalmente orribili in senso collettivo.

Palesio, interno

Anni '90: finita l'università, la ricerca di un posto nel contesto. Lavoro, casa, stabilità. Sono passati in fretta, o almeno me li ricordo come un unica sequenza. Palesio al centro. Ho cominciato ad essere una persona seria, con tutto quel che ne consegue.

Anni '00. Si ricomincia da capo. Partenza difficile ma sono risalito, per poi risalire ancora. La montagna è entrata nel mio panorama, nel mio orizzonte. E poi la bici, che mi ha portato fin qua, al blog delle Prenne.









Propositi per i prossimi decenni: vorrei lavorare tanto ma così tanto poco per dedicarmi al piacere di vivere le giornate en plen air e guardare il cielo riempirsi di nuvole per poi, verso sera, schiarirsi e, al tramonto, diventare rosso-arancio e trascolorare in un impalpabile azzurro scuro prima che faccia del tutto buio.


Echecazz!


venerdì 13 settembre 2013

La Qualità (2)

Si è detto, la Qualità FA’ la qualità. Significa dire che dalla qualità discende quasi automaticamente (?) la qualità.
Qui sta il mio dissenso.
È incredibile che sia io a dirlo ma penso che la Qualità sia  Fatica, Sforzo. Dolore nei muscoli e nella mente ( aggiungo anche alle costole). Senza queste condizioni non può esserci qualità.
Ed è qui che il mio accordo con lo scritto di Gus è totale.

Per questo immagino che la qualità non abbia nessuna relazione con uno stato dell’ente precedente ma che sia un evento che nasce nel presente e che nel presente si consuma!