Lettori fissi

venerdì 6 dicembre 2013

Il mio piccolo in asilo

A quei tempi quando uno arrivava al terzo anno di asilo (non esisteva il nido, si chiamava così l’attuale scuola materna) si vedeva affibbiare un neo iscritto da prendersi in cura, in quel momento diventava un “grande” e l’altro il suo “piccolo”. Quelli dell’anno centrale erano i medi ed erano dispensati dai ruoli. Il piccolo che le maestre mi assegnarono in carico si chiamava Luca. Per tutto l'anno fui il suo idolo assoluto, a quell’età e con tal ruolo non fu difficile. In breve diventai anche il suo amatissimo compagno di giochi fuori da quelle mura e ben oltre l’orario scolastico, in cortile e in strada.
Ci separammo quando passai in prima elementare: con la sua famiglia si trasferì in un altro paese, a sei chilometri di distanza dal mio. A quei tempi, nel Friuli contadino del 1970, sei chilometri erano un abisso incolmabile, molti di più di quelli che oggi dividono l’Europa dalle americhe. A quei tempi sei chilometri erano un addio per sempre.
Lo rividi quarant’anni dopo al matrimonio di un cugino in comune. Luca mi si avvicinò: “No pues crodi, tu tu ses... pauli...” Il suo entusiasmo mi sorprese, pur sforzandomi non riuscivo a capire chi fosse e soprattutto il perché di tutto quel trasporto nel vedermi. Per togliermi immediatamente dall’imbarazzo aggiunse “Soj Luca, il to piciul in asilo!” E io ”No! No ti crodi, Luca, tu... dopo duc chisc ains!” Ci abbracciammo forte e durante la serata bevemmo molto vino insieme, perché è così che fanno i friulani quando si incontrano, perché è così che i nostri vecchi ci hanno insegnato a fare.
Non ci siamo mai più rivisti. Né sentiti.
Un paio di giorni fa mi è giunta la telefonata del cugino che sposandosi aveva permesso il nostro incontro.
Luca si era impiccato ad un ramo dell’ulivo giù in giardino. Aveva lasciato un biglietto con su scritte poche parole “Scuseimit. No saj parzé ca stoj cussì, vi busi duc.” . I friulani sono gente di poche parole.
I suoi genitori hanno chiesto che il cugino mi avvisasse della cosa, che avvisasse me, il suo grande in asilo più di quarant’anni prima.

I friulani sono un popolo di conservatori, conservano sempre tutto, anche i sentimenti.

mercoledì 30 ottobre 2013

Bye bye Lou

“I’m a man, blink your eyes and I’ll began…” sono un uomo, in un tuo batter d’occhio sparirò. Ed è sparito il vecchio Lou. Se n’è andato in un’annoiata domenica di fine Ottobre. Stavo in cucina, pelavo le patate e tagliuzzavo l’aglio per la cena della sera, il ronzio del telegiornale delle 20 in sottofondo. All’improvviso, estranea e metallica, mi arriva la voce del conduttore “la leggenda del rock, Lou Reed, è morto...”, il tono lo stesso che avrebbe usato poco dopo per rivelarci la sconfitta dell’Atalanta a Genova. Che distanza incolmabile tra me e Alberto Matano. Lui si è tuffato nelle notizie sportive, io in un intimo vuoto, quasi indefinibile.
Lou Reed… Ci sono persone che non abbiamo mai incontrato e che eppure segnano in modo indelebile le nostre esistenze. La sua musica ha marcato, ferito mi verrebbe da dire, alcuni passaggi fondamentali del mio percorso di vita.
I concerti: la prima volta in Arena a Verona, mi pare fosse il 1983 e poi altre volte ancora in giro per la penisola, fino a Ravenna, l’ultima volta nel 2006. Ogni volta la stessa magia, quella voce tra il canto e il sussurrato che saliva dagli anfratti più inconfessabili dell’anima a far da contrasto con l’elettricità urbana e scombinata della Telecaster.
Gli anni duri della giovinezza, vittima del perbenismo borghese famigliare: il ricovero psichiatrico con annessi elettroshock per curare quelle vergognose “devianze sessuali” e tutta quell’elettricità che non è mai più andata via e che è diventata canzoni, suoni, rumori, sempre dissonanti, mai consolatori. I suoi personaggi, disperati e ai margini dei margini, non cercano mai facili assoluzioni, tanto meno comprensione, Lou li muove sempre verso un qualcosa di indefinito, un qualcosa che non svela mai, quasi in un inconscio e permanente omaggio alle origine ebraiche.
Lou Reed… ho iniziato ad ascoltarlo ch’ero poco più di un ragazzo, in quei tempi là pensavo che su quelle canzoni avremmo costruito un mondo libero e giusto, senza poteri e gerarchie, eravamo anarchici e bambini. Da allora sono cambiate molte cose, ma i sogni belli rimangono belli per sempre.
“I’m a man, blink your eyes and I’ll began…” bye bye Lou.
Ti ho voluto veramente tanto bene. Mi hai voluto veramente tanto bene.


Paolo Coce

mercoledì 18 settembre 2013

Decennio per decennio ... fa un centennio

Sono nato nei primi anni '60. Anni mitici ma che per la tenera età non posso dire di essermi goduto come avrebbero meritato. Ho il ricordo nitido di due miei fratelli che a un certo punto, in un certo giorno, invitarono a pranzo tali Marx e Engels. I due individui assai robusti e barbuti occupavano molto spazio a tavola, tanto che mio nonno ('no poco fascista) fece loro spazio e se ne andò a mangiare in camera sua.

Gli anni '60 sono stati gli anni della mia prima infanzia (la seconda dura tuttora) e quindi non posso che ricordarli con benevolenza.

Gli anni '70 sono anni impazienti, veloci, corsari, di tutto e di "gnente". Ero piccolo ma volevo essere grande (e viceversa). Ma sono anche quelli della scoperta di un sacco di cose, che qui per precisione metto in ordine d'importanza: 1) le ragazze, 2) la musica rock, 3) la politica insieme agli amici alle canne alle feste ecc. ecc.
Anni anche duri, ma irripetibilmente unici. Ero ancora un po' piccoletto, quindi il Settantasette l'ho vissuto di straforo.


Clash, Sandinista! The magnificent seven, vai al video musicale

Ed ecco che finalmente mi affaccio alla vita, agli amori, a tutto quello che aspettavo da tempo, che non mi scoppiano tra le mani i famigerati anni '80? Quelli del riflusso, dell'edonismo reaganiano... Che sfiga si sarebbe detto. Ma alla fine me ne sono fregato, erano o no i miei primi -e ultimi- vent'anni? Quindi ho cercato di fare il meglio che si poteva fare. Anche se una cosa la voglio dire: è mai possibile che proprio quando hai vent'anni ti devi mettere lì a studiare come un coglione. No dico, non si potrebbe organizzare la cosa in modo diverso, lo dico per le generazioni future...

Degli '80 vi racconto un nanetto. Un giorno alla tv, programma del primo pomeriggio, c'era uno dei primi talk show senzacaponècoda che da quel momento in poi hanno ammorbato lo spazio televisivo. Lo speaker a un certo punto invita i suoi ospiti (il solito gruppo di mezze figure dell'avan-spettacolo) ad esprimersi sul seguente argomento: voi spremete fino in fondo il tubetto del dentifricio o no? Ricordo ancora la mia totale sorpresa di fronte alla evidente demenzialità della domanda che celava un sordido schema ideologico: consumare-gettare-acquistare-riconsumare ecc. Naturalmente, ho registrato nel profondo del mio cervello le risposte degli ospiti. Tutti manifestarono con disapprovazione l'azione di spremitura e/o arrotolamento del tubetto (quello che cioè fa normalmente una persona normale) perché sintomo di tirchieria e/o meschinità. Questo episodio demenziale racconta meglio di tanti altri lo spirito profondo degli orribili '80. Naturalmente orribili in senso collettivo.

Palesio, interno

Anni '90: finita l'università, la ricerca di un posto nel contesto. Lavoro, casa, stabilità. Sono passati in fretta, o almeno me li ricordo come un unica sequenza. Palesio al centro. Ho cominciato ad essere una persona seria, con tutto quel che ne consegue.

Anni '00. Si ricomincia da capo. Partenza difficile ma sono risalito, per poi risalire ancora. La montagna è entrata nel mio panorama, nel mio orizzonte. E poi la bici, che mi ha portato fin qua, al blog delle Prenne.









Propositi per i prossimi decenni: vorrei lavorare tanto ma così tanto poco per dedicarmi al piacere di vivere le giornate en plen air e guardare il cielo riempirsi di nuvole per poi, verso sera, schiarirsi e, al tramonto, diventare rosso-arancio e trascolorare in un impalpabile azzurro scuro prima che faccia del tutto buio.


Echecazz!


venerdì 13 settembre 2013

La Qualità (2)

Si è detto, la Qualità FA’ la qualità. Significa dire che dalla qualità discende quasi automaticamente (?) la qualità.
Qui sta il mio dissenso.
È incredibile che sia io a dirlo ma penso che la Qualità sia  Fatica, Sforzo. Dolore nei muscoli e nella mente ( aggiungo anche alle costole). Senza queste condizioni non può esserci qualità.
Ed è qui che il mio accordo con lo scritto di Gus è totale.

Per questo immagino che la qualità non abbia nessuna relazione con uno stato dell’ente precedente ma che sia un evento che nasce nel presente e che nel presente si consuma!

mercoledì 11 settembre 2013

La Qualità

Il tema è se la qualità abbia una costituzione intrinsecamente soggettiva, nel qual caso ne discende ciò che dice 85 kg in discesa. Ognuno si determina la propria qualità a misura di sè stesso e il risultato è che il mondo si sfracella contro un muro, o contro una pietra in uno sterrato (ogni riferimento...). La qualità invece possiede un elemento caratteristico proprio: la qualità dell'insieme non esprime le singole qualità delle parti, ma va oltre. Il misero mondo attuale ha purtroppo associato al significato di qualità quelli di efficenza, gli standard prestazionali delle ISO, il marketing e la fuffa. Di conseguenza la Qualità finisce svilita in una relazione mercificata con il concetto di sostanza e, infine, di merce. Niente di più opposto alle intenzioni dei filosofi metafisici. La qualità diviene al fine uno strumento di determinazione (soprattutto in ambito scientifico).
Non riconosciamo invece noi più immediatamente nella qualità la caratteristica che rende un manufatto, un comportamento, un processo, una persona come non-sostituibili, preziosi, utili, infine fatti con il massimo dello sforzo di ragione e creatività messe contemporaneamente in opera?

venerdì 6 settembre 2013

Scoperte...

La Qualità fa la Qualità

domenica 7 aprile 2013

ANNAMARIA, ROMEO E GIUSEPPE. LA NOSTRA VERGOGNA




Si sono vergognati. Strangolati da una politica economica che di loro non sapeva che farsene, se non sangue da tributare all’unica divinità incontestabile di questo inizio millennio, la parità di bilancio. Si sono vergognati. Accerchiati dall’indifferenza immorale del potere, troppo impegnato a propagandare il vaniloquio autoreferenziale dei suoi associati gaudenti. E si sono vergognati di noi. Noi che siamo servizio sociale. Noi che siamo deputati all’accoglienza. Annamaria e Romeo hanno preferito andarsene in silenzio in una disgraziata giornata marchigiana piuttosto che venire da noi, come li aveva esortati a fare il sindaco della loro città. Chiedere aiuto è cosa che stona con l’apoteosi del “fai da te” e della ricchezza ostentata di questi nostri schifosi anni.  “L’orgoglio e la dignità di una vita intera hanno impedito a quella coppia in disgrazia di rendere pubblico il proprio disagio” scrive Massimo Gramellini su “La Stampa”. E allora, di fronte ad una tragedia come questa, noi lavoratori del sociale non possiamo rimanere in silenzio, siamo troppo coinvolti, ci siamo troppo dentro: la storia di Annamaria, Romeo e Giuseppe è una nostra storia. Dal suo profilo su face book  Ida Dominijanni ci ammonisce, di fronte a tragedie come queste, a rifiutare la logica del silenzio riflessivo, a trasformare il giusto cordoglio in partecipazione attiva, “raccontando la disperazione di vite come queste per offrire a Romeo, Annamaria, Giuseppe e ai tanti, troppi come loro, l’unico gesto di solidarietà estrema, seppur fuori tempo massimo”.
Cos’è successo in questi ultimi trent’anni, cosa ci è successo? Com’è potuto accadere questo imbarbarimento che pare senza ritorno e che porta le persone ad anteporre la morte come scelta alla sacrosanta rivendicazione di un diritto che un tempo si sarebbe detto inviolabile?
Certo, non si parte favoriti in un conflitto portando sulle spalle la zavorra nostalgica del “c’era una volta” e gli anni settanta sono stati anche anni duri, bui, di sconfitte, sangue, tanta eroina e contrapposizioni spesso inutili. Ma anche delle ultime grandi conquiste sociali di questo paese, inutile metterle qui tutte in fila. Sono stati gli anni in cui, beata ingenuità, si pensava che il consolidamento dello stato sociale fosse definito una volta per tutte e che nessuno, mai più nessuno da destra o da sinistra, avrebbe messo in discussione l’idea che uno stato per dirsi veramente e concretamente civile dovesse avere tra le sue priorità quella di ridurre le disuguaglianze sociali. La grossolana prosperità degli anni ottanta ci aveva poi illuso di vivere in un paese che potesse far fronte senza troppa fatica ai bisogni del cittadino licenziato, socialmente ai margini, con la convinzione che l’assistenzialismo fosse parte integrante del modello economico imperante, accettando di conseguenza la fine dell’ideale alto, propugnato dai grandi pensieri del novecento europeo, dell’inclusione sociale di tutti, ma proprio tutti, gli individui.  Ecco dove ci ha portato quel lontano, primo cedimento: a Civitanova Marche, Aprile 2013. Perché le responsabilità della sinistra sono enormi: annacquandosi nel corteggiamento al moderatismo delle alleanze strategiche con banchieri e affaristi vari con l’obiettivo, peraltro mai centrato appieno, di governare comunque, ha smesso da tempo di parlare alla sofferenza della gente, ha lasciato che masse di disperati si buttassero nelle mani dei patetici vichinghi di Pontida o peggio, appesi ai sorrisi trentaduedenti del donatore di sogni brianzolo. A pensarci ora, che pensiero debole la paura della radicalità. Perfino quelli che fino a ieri avevano propugnato il liberismo temperato (?) come verità assoluta, oggi rimproverano al PD una scarsa incisività e una eccessiva sudditanza ai doveri di alleanza verso il governo Monti. Quanta ipocrisia nei commentatori di casa nostra, ancora una volta tutti pronti a saltare sul carro del vincitore del momento, fosse anche solo un comico esaltato da un improvviso picco di notorietà.
E la solidarietà, che brutta bestemmia. Un tempo sinonimo di diritto e oggi, ormai del tutto avvelenata dall’esuberanza penosa del miserabile mitomane di Arcore e della sua claque patetica e arrogante, percepita come elemosina ai pezzenti, beneficenza da questua domenicale.  Non abbiamo certo dimenticato gli ignobili siparietti di Berlusconi che tronfio esibisce in televisione la sua bontà imbevuta di assegni a nove zeri in favore del Don Gelmini di turno o che urla ai quattro venti la penosa (oltre che mai avvenuta) adozione della famiglia di disperati albanesi appena scesi da un gommone a Bari. Ridevamo delle boutades di quel cialtrone, e invece in quei passaggi televisivi si celebrava la fine del welfare state di casa nostra, la fine di conquiste sociali pagate con il prezzo di migliaia e migliaia di morti. Aprile 2013, Civitanova Marche, altri morti.
La nostra speranza appesa ormai solamente all’unico gesto d’amore autentico in questa brutta storia, Giuseppe che si butta nel mare per troppo dolore. Per un istante, il riscatto dell’uomo su così tanta disumanità. Dobbiamo molto a Giuseppe, tutti quanti.
Tagli dappertutto. Tagli da tutte le parti. Risanamento, aziendalizzazione, riformulazione, rimodulazione: una ridda di vocaboli in maschera per occultare l’unico dato reale: che il nostro welfare sta andando a puttane.  E se non bastasse, ancora tutti costretti a sorbirci la filastrocca ormai insopportabile che i fondi per il riequilibrio del sistema socio-sanitario vanno cercati al suo interno (che ne so: meno ospedali e più servizi ai minori oppure meno ambulatori e più “una tantum” agli anziani, la solita guerra tra sfighe e sfigati) e non negli sprechi abominevoli all’esterno (opere faraoniche senza senso, corse agli armamenti che non meriterebbero neppure una striscia di Sturmtruppen).
Basta. Basta. Basta.
E diciamocelo infine cosa avrebbero trovato Annamaria e Romeo se si fossero rivolti ai Servizi Sociali. Quasi sicuramente una spaventata Assistente Sociale fuori sede, contratto trimestrale, chiusa nel suo piccolo ufficio il più delle volte nello scantinato del palazzo comunale, e una sfilza di “Non ci sono più soldi, provate a chiedere alla Caritas. Ci potrebbe essere l’opportunità di una Borsa Lavoro, 2,70 euro all’ora, ma mi sa che siete un po’ in là con gli anni” o in alternativa “ma non avete qualcuno in famiglia che vi possa aiutare?”
Rivolgersi ai Servizi Sociali era la loro vergogna, la nostra, se l’avessero fatto, sarebbe stata quella di non avere più nulla o quasi, da offrire loro.

Paolo Coce

mercoledì 3 aprile 2013

Mattotti alla Pinacoteca Nazionale

OLTREMAI di LORENZO MATTOTTI alla Pinacoteca Nazionale di Bologna fino al 7 aprile. Da non perdere. Restano ancora 4 giorni. Ed è gratis.
Un Mattotti potente, enciclopedico, dalle fiabe dei Grimm alle descrizioni miniaturistiche di Brueghel, da Rousseau a Maus di Art Spiegelman. Una selva inestricabile e onirica di mostri, diavoli, natura selvaggia, allusioni, personaggi inquietanti e mitologici. Inchiostro su grandi tele.

Annnatece!!!!