Si sono vergognati. Strangolati
da una politica economica che di loro non sapeva che farsene, se non sangue da
tributare all’unica divinità incontestabile di questo inizio millennio, la parità
di bilancio. Si sono vergognati. Accerchiati dall’indifferenza immorale del potere,
troppo impegnato a propagandare il vaniloquio autoreferenziale dei suoi
associati gaudenti. E si sono vergognati di noi. Noi che siamo servizio
sociale. Noi che siamo deputati all’accoglienza. Annamaria e Romeo hanno
preferito andarsene in silenzio in una disgraziata giornata marchigiana
piuttosto che venire da noi, come li aveva esortati a fare il sindaco della
loro città. Chiedere aiuto è cosa che stona con l’apoteosi del “fai da te” e
della ricchezza ostentata di questi nostri schifosi anni. “L’orgoglio e la dignità di una vita intera hanno
impedito a quella coppia in disgrazia di rendere pubblico il proprio disagio” scrive Massimo
Gramellini su “La Stampa”. E allora, di fronte ad
una tragedia come questa, noi lavoratori del sociale non possiamo rimanere in
silenzio, siamo troppo coinvolti, ci siamo troppo dentro: la storia di
Annamaria, Romeo e Giuseppe è una nostra storia.
Dal suo profilo su face book Ida Dominijanni ci ammonisce, di fronte a
tragedie come queste, a rifiutare la logica del silenzio riflessivo, a
trasformare il giusto cordoglio in partecipazione attiva, “raccontando la
disperazione di vite come queste per offrire a Romeo, Annamaria, Giuseppe e ai
tanti, troppi come loro, l’unico gesto di solidarietà estrema, seppur fuori
tempo massimo”.
Cos’è
successo in questi ultimi trent’anni, cosa ci è successo? Com’è potuto accadere
questo imbarbarimento che pare senza ritorno e che porta le persone ad anteporre
la morte come scelta alla sacrosanta rivendicazione di un diritto che un tempo
si sarebbe detto inviolabile?
Certo,
non si parte favoriti in un conflitto portando sulle spalle la zavorra
nostalgica del “c’era una volta” e gli anni settanta sono stati anche anni
duri, bui, di sconfitte, sangue, tanta eroina e contrapposizioni spesso inutili.
Ma anche delle ultime grandi conquiste sociali di questo paese, inutile
metterle qui tutte in fila. Sono stati gli anni in cui, beata ingenuità, si
pensava che il consolidamento dello stato sociale fosse definito una volta per
tutte e che nessuno, mai più nessuno da destra o da sinistra, avrebbe messo in
discussione l’idea che uno stato per dirsi veramente e concretamente civile
dovesse avere tra le sue priorità quella di ridurre le disuguaglianze sociali. La grossolana prosperità degli anni ottanta ci aveva
poi illuso di vivere in un paese che potesse far fronte senza troppa fatica ai
bisogni del cittadino licenziato, socialmente ai margini, con la convinzione
che l’assistenzialismo fosse parte integrante del modello economico imperante,
accettando di conseguenza la fine dell’ideale
alto, propugnato dai grandi pensieri del novecento europeo, dell’inclusione
sociale di tutti, ma proprio tutti, gli individui. Ecco dove ci ha portato quel lontano, primo
cedimento: a Civitanova Marche, Aprile 2013. Perché le responsabilità della
sinistra sono enormi: annacquandosi nel corteggiamento al moderatismo delle
alleanze strategiche con banchieri e affaristi vari con l’obiettivo, peraltro mai
centrato appieno, di governare comunque, ha smesso da tempo di parlare alla sofferenza
della gente, ha lasciato che masse di disperati si buttassero nelle mani dei
patetici vichinghi di Pontida o peggio, appesi ai sorrisi trentaduedenti del
donatore di sogni brianzolo. A pensarci ora, che pensiero debole la paura della
radicalità. Perfino quelli che fino a ieri avevano propugnato il liberismo
temperato (?) come verità assoluta, oggi rimproverano al PD una scarsa
incisività e una eccessiva sudditanza ai doveri di alleanza verso il governo
Monti. Quanta ipocrisia nei commentatori di casa nostra, ancora una volta tutti
pronti a saltare sul carro del vincitore del momento, fosse anche solo un
comico esaltato da un improvviso picco di notorietà.
E
la solidarietà, che brutta bestemmia. Un tempo sinonimo di diritto e oggi,
ormai del tutto avvelenata dall’esuberanza penosa del
miserabile mitomane di Arcore e della sua claque patetica e arrogante,
percepita come elemosina ai pezzenti, beneficenza da questua domenicale. Non abbiamo certo dimenticato gli ignobili
siparietti di Berlusconi che tronfio esibisce in televisione la sua bontà
imbevuta di assegni a nove zeri in favore del Don Gelmini di turno o che urla
ai quattro venti la penosa (oltre che mai avvenuta) adozione della famiglia di
disperati albanesi appena scesi da un gommone a Bari. Ridevamo delle boutades di quel cialtrone, e invece in
quei passaggi televisivi si celebrava la fine del welfare state di casa nostra, la fine di conquiste sociali pagate
con il prezzo di migliaia e migliaia di morti. Aprile 2013, Civitanova Marche,
altri morti.
La nostra speranza
appesa ormai solamente all’unico gesto d’amore autentico in questa brutta
storia, Giuseppe che si butta nel mare per troppo dolore. Per un istante, il
riscatto dell’uomo su così tanta disumanità. Dobbiamo molto a Giuseppe, tutti
quanti.
Tagli dappertutto.
Tagli da tutte le parti. Risanamento, aziendalizzazione, riformulazione,
rimodulazione: una ridda di vocaboli in maschera per occultare l’unico dato
reale: che il nostro welfare sta
andando a puttane. E se non bastasse, ancora tutti costretti a
sorbirci la filastrocca ormai insopportabile che i fondi per il riequilibrio
del sistema socio-sanitario vanno cercati al suo interno (che ne so: meno
ospedali e più servizi ai minori oppure meno ambulatori e più “una tantum” agli
anziani, la solita guerra tra sfighe e sfigati) e non negli sprechi abominevoli
all’esterno (opere faraoniche senza senso, corse agli armamenti che non
meriterebbero neppure una striscia di Sturmtruppen).
Basta.
Basta. Basta.
E
diciamocelo infine cosa avrebbero trovato Annamaria e Romeo se si fossero
rivolti ai Servizi Sociali. Quasi sicuramente una spaventata Assistente Sociale
fuori sede, contratto trimestrale, chiusa nel suo piccolo ufficio il più delle
volte nello scantinato del palazzo comunale, e una sfilza di “Non
ci sono più soldi, provate a chiedere alla Caritas. Ci potrebbe essere
l’opportunità di una Borsa Lavoro, 2,70 euro all’ora, ma mi sa che siete un po’
in là con gli anni” o in alternativa “ma non avete qualcuno in famiglia che vi
possa aiutare?”
Rivolgersi
ai Servizi Sociali era la loro vergogna, la nostra, se l’avessero fatto,
sarebbe stata quella di non avere più nulla o quasi, da offrire loro.
Paolo Coce
Bravo Paolo, hai scritto "il manifesto", la summa di questa immane tragedia che è il capitalismo allo stato puro. Un punto di non ritorno. Ormai è chiaro a tutti che si è superato lo spartiacque. Il sistema, di cui l'assetto statuale è parte integrante, direi -marxianamente- il guardiano, non ci risparmierà. O si abbatteno lo stato e le sue putride e mercenarie appendici o lo stato abbatterà noi.
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