Lettori fissi

lunedì 22 febbraio 2010

Dionisiaco versus Apollineo

Leggendo i vostri post/commenti credo di aver capito perché sabato sera mi avete detto con aria compiaciuta e, consentitemi, vagamente complice - sarà stato il "giretto" corsaro in macchina fatto prima di cena... - "ah, ma allora tu non hai capito lo spirito del blog".
Cari amici, allora, cominciamo ad addentrarci nel complicato viluppo di temi da voi affrontati.
Primo movimento, il Rito di passaggio: del primo in parte si è accennato e non ci ritorno, lasciamocelo quietamente alle spalle, piacevole o no che sia stato; volendo rielaboriamolo ma quel che è fatto è fatto ed è per sempre. Il deposito di ricordi non deve essere però un bagaglio troppo ingombrante per il viandante. I veri viaggiatori partono sempre con poche cose indispensabili, e tornano con la consapevolezza che quelle cose ritenute indispensabili all'inizio, non lo erano affato.
Secondo movimento (già ben oltre l'ipotetica mezza via):
Si dice che noi siamo parte del problema, e in effetti come non condividere questa affermazione. E' nella natura umana (quando si rappresenta in forme mentali evolute, e sapete che non è la norma) essere parte del problema, con la necessaria e fondamentale opera di esercizio della coscienza.
Non esiste la possibilità di un osservatore puro, ogni sguardo influisce sull'oggetto osservato.
Da questo schema non usciamo, e non credo molto modestamente, che potremo fare passi avanti ponendo il nostro baricentro verso il passato. Non fraintendetemi, non sono un fautore dell'irresponsabilità, dell'iper-realismo che finiscono inevitabilmente per accettare lo status-quo e le facili e rassicuranti giustificazioni individuali che ne conseguono: la miseria umana che tutti ci comprende prima di tutto. Anzi, al contrario, penso che su questo tema la sapienza antica abbia tracciato strade interessanti. A tale proposito e per inciso, suggerisco l'approfondimento dei testi fondamentali dei fenomeni culturali dell'antichità.
Il terzo movimento: il "destino" come orrizonte dell'essere per la fine.
Il tema è ricco di suggestioni, quindi non posso per evidente incapacità svilupparlo con la dovuta consapevolezza. Preferisco per "chiarirmi a me stesso" partire dall'esperienza umana diretta e aggiungervi il mio piccolissimo contributo.
Sappiamo che ad un certo punto tutti gli esseri dotati di coscienza si interrogano sul senso delle loro azioni, sul destino, sul significato del loro agire nel mondo, sulla sofferenza degli altri, sul dolore e sulla fine della vita.
Per Nietzsche l'uomo greco percepiva a fondo la negatività e la caducità dell' esistenza, ma anche – sulla scorta del pessimismo schopenhaueriano – riusciva, tramite lo spirito dionisiaco, a superare il nichilismo che questo avrebbe comportato e a risollevarsi con un "pessimismo del coraggio". Senza deragliare nel super-omismo della volontà di potenza, credo che la risposta possibile sia la piena accettazione del "gioco" e dell'immenso fluire ultra-umano della vita "fuori della nostra vita". Dalla nostra esperienza e dalle particelle ridotte del microcosmo, possiamo inferire il movimento generale del macrocosmo. Nella vita fuori della nostra vita, esistono il buio e la luce nelle mutevoli possibilità combinatorie. Ed esiste il caos, come esiste la tendenza a ricomporre temporaneamente l'inconoscibile in conoscibile, l'ordine tramite l'azione razionale. Spirito dionisiaco e apollineo si confrontano e perennemente "ci" confondono. Anche nella nostra ridotta esistenziale.
Abbiamo visto morire, abbiamo sentito il respiro del corpo, quando il corpo si distaccava dalla mente. Sappiamo, perché lo abbiamo visto, quanto la nostra condizione si riduca a pura animalità, quando nel momento della fine dell'esistenza, lottiamo con tutte le forze dell'essere per strappare alla morte ancora un altro respiro, seppur incosciente.
Il tempo dell'attesa. Care compagne e cari compagni, facciamo in modo che questo tempo non passi invano, che la sua irreversibilità non ci impedisca di cogliere "fuori di noi" il messaggio meraviglioso e irripetibile dello scorrere del tempo, della vita e del mondo. E in questo senso anche il rapido fluire del tempo, o all'opposto, il suo trascorrere inoperoso, siano una ricchezza dalla quale attingere.
Eyes wide shut

7 commenti:

  1. leggendo il tuo post ho avuto prima un fremito poi un orgasmo..niente meno di questo è per noi, creature sublimi dell'umana razza.

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  2. Come ti riconosco Gus, caro amico mio. sapevo che la cannonata che ti ha sparato addosso il tuo grande amico Tizio non l'avresti lasciata passare così. Ed ecco prontamente la conferma, quanto ti ha fatto soffrire quel tono escludente lo si desume dalla saccenza con cui hai cosparso il tuo eloquio. E mi è venuta in mente una tua immagine di tanti anni fa, un campeggio in Provenza, tu che raccogli la pallina da ping-pong e risalendo verso il rettangolo da gioco quella smorfia deridente di chi si sente ad un passo dalla prima vittoria. Tra me e me giurai, ora vinco, fosse l'ultima cosa che faccio in vita in mia lo batto. E, sospinto dalle muse dell'intemperanza inconsistente, ci riuscii. Ecco, ora te lo voglio dire: quel giorno io ti sconfissi non per eccesso di competitività nei tuoi confronti, ma per amore. Sì, quel giorno io ti ho vinto per amore. E sono anche disposto qui ed ora ad affermarlo: semmai riuscissimo noi tre a ripartire per una settimana on the road di "vino, chiacchiere, filosofia e letteratura (tutto rigorosamente di serie B), ti concederò finalmente la rivincita.

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  3. Mi dispiace sinceramente caro Paolo che tu veda "saccenza" dove io vedo intelligenza, significa che siamo su due lunghezze d'onda diverse. Che tu veda "eloquio" dove c'è il tentativo di aprire una spazio al "dialogo". Devo confessarti che questi due termini da te usati, sia per il loro significato intrinseco che per l'uso fattone nel contesto del tuo discorso mi rammaricano profondamente. Peccato...
    Ps: per le sfide competitive -o non- sai che ci sono sempre, come tu del resto...
    Con affetto

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  4. ed ecco che finalmente si aprono gli spazi del confronto e anche, se posso dirlo, della schermaglia che non solo è dialettica ma "Filosofica" nel senso più pieno e completo del termine. non esiste infatti una conoscenza che non sia contenuta e "fisionomicamete" delineata dalla personalità del -Conoscente.
    e quindi l'incontro tra conoscenze e sempre, ed anche, confronto di personalità.
    questo non lo dico solo in riferimento al post e al relativo commento di paolo ma anche al mio post al commento di Daria. finalmente un luogo dove nel silenzio della scrittura si realizza una tempesta di Cervelli o amcora meglio di Menti.

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  5. permettetimi un altro commentino.
    a mio parere la filosofia di sereie B la si fa nelle aule universitarie.
    la filosofia che nasce e risponde, o tenta di rispondere alle domande che nascono dall'esistere della propria vita sono, non solo di serie A ma addirittura di "Champions league". (spero che si scriva cosi.)
    un bacione a tutti

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  6. Invece caro Gus, in questa tua replica non ti riconosco per nulla, scambiare un amichevole diletto per un insulto... tra noi due bimbi giocherelloni poi...mah...
    comunque se ti sei sentito offeso, mi scuso.

    Per Titti: la serie A è ormai fatta di velini coi cordini intorno ai capelli e di un baraccone di idioti alla TV. Gli antichi e autentici valori si ritrovano dalla serie B in giù. nel calcio e in filosofia.
    mandi

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  7. Nema problema, Paolo. Andrei avanti...

    Cari Paolo e 85 kg et al., concordo con il ridiventato Tizio, ne raccolgo le osservazioni e tralascio le pro-vocazioni, comunque sempre utili per aprire nel modo più sincero le discussioni, allontanandole dal rischio di diventare eloqui/soliloqui e cercando invece di portarle sul piano del dialogo (forse la merce più rara oggi), che poi è il fine ultimo di qualsiasi discorso (di serie A, B, ecc.), non credete?
    Ben venga un posto dove si può parlare e ascoltare, e pur ridere o scazzarsi. Anche un posto dove ci si possa liberamente fraintendere: poi Daria ci parlerà più ampiamente del gotico... Di plastica e convenevoli è già pieno il mondo. Noi la plastica la rifiutiamo e preferiamo affrontare il rischio implicito in qualsiasi relazione.
    Chiudo con una massima della quale mi piacerebbe sentire il vostro parere nei giorni a seguire:
    L'origine è nel futuro

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